domingo, 1 de dezembro de 2013

Nell’Eucaristia, il Dio vivente si rende così vicino, da farsi cibo che sostiene il cammino, presenza che trasforma col fuoco del suo amore.

 


VESPRI: VIDEO INTEGRALE


PRIMI VESPRI DI AVVENTO
OMELIA DEL SANTO PADRE

«Colui che vi chiama è fedele» (1 Ts 5,24).
Cari amici universitari,
le parole dell’Apostolo Paolo ci guidano a cogliere il vero significato dell’Anno liturgico, che questa sera iniziamo insieme con la recita dei Primi Vespri di Avvento. L’intero cammino dell’anno della Chiesa è orientato a scoprire e a vivere la fedeltà del Dio di Gesù Cristo che nella grotta di Betlemme si presenterà a noi, ancora una volta, nel volto di un bambino. Tutta la storia della salvezza è un percorso di amore, di misericordia e di benevolenza: dalla creazione alla liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù d’Egitto, dal dono della Legge sul Sinai al ritorno in patria dalla schiavitù babilonese. Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe è stato sempre il Dio vicino, che non ha mai abbandonato il suo popolo. Più volte ne ha subito con tristezza l’infedeltà e atteso con pazienza il ritorno, sempre nella libertà di un amore che precede e sostiene l’amato, attento alla sua dignità e alle sue attese più profonde.
Dio non si è chiuso nel suo Cielo, ma si è chinato sulle vicende dell’uomo: un mistero grande che giunge a superare ogni possibile attesa. Dio entra nel tempo dell’uomo nel modo più impensato: facendosi bambino e percorrendo le tappe della vita umana, affinché tutta la nostra esistenza, spirito, anima e corpo - come ci ha ricordato san Paolo - possa conservarsi irreprensibile ed essere elevata alle altezze di Dio. E tutto questo lo fa per il suo amore fedele verso l’umanità. L’amore quando è vero tende per sua natura al bene dell’altro, al maggior bene possibile, e non si limita a rispettare semplicemente gli impegni di amicizia assunti, ma va oltre, senza calcolo, né misura. E’ proprio ciò che ha compiuto il Dio vivo e vero, il cui mistero profondo ci viene rivelato nelle parole di san Giovanni: «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16). Questo Dio in Gesù di Nazaret assume in sé l’intera umanità, l’intera storia dell’umanità, e le dà una svolta nuova, decisiva, verso un nuovo essere persona umana, caratterizzato dall’essere generato da Dio e dal tendere verso di Lui (cfr L’Infanzia di Gesù, Rizzoli-LEV 2012, p. 19).
Cari giovani, illustri Rettori e Professori, è per me motivo di grande gioia condividere queste riflessioni con voi che qui rappresentate il mondo universitario romano, nel quale confluiscono, pur nelle loro specifiche identità, le Università statali e private di Roma e le Istituzioni pontificie, che da tanti anni camminano insieme dando viva testimonianza di un fecondo dialogo e di collaborazione tra i diversi saperi e la teologia. Saluto e ringrazio il Cardinale Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, il Rettore dell’Università di Roma “Foro Italico” e la vostra rappresentante, per le parole che mi hanno rivolto a nome di tutti. Saluto con viva cordialità il Cardinale Vicario e il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, come pure le diverse autorità accademiche presenti.
Con speciale affetto saluto voi, cari giovani universitari degli Atenei romani, che avete rinnovato la vostra professione di fede sulla Tomba dell’apostolo Pietro. Voi state vivendo il tempo della preparazione alle grandi scelte della vostra vita e al servizio nella Chiesa e nella società.
Questa sera potete sperimentare che non siete soli: sono con voi i docenti, i cappellani universitari, gli animatori dei collegi. E’ con voi il Papa! E, soprattutto, siete inseriti nella grande comunità accademica romana, in cui è possibile camminare nella preghiera, nella ricerca, nel confronto, nella testimonianza al Vangelo. E’ un dono prezioso per la vostra vita; sappiatelo vedere come un segno della fedeltà di Dio, che vi offre occasioni per conformare la vostra esistenza a quella di Cristo, per lasciarvi santificare da Lui fino alla perfezione (cfr 1 Ts 5,23). L’anno liturgico che iniziamo con questi Vespri sarà anche per voi il cammino in cui ancora una volta rivivere il mistero di questa fedeltà di Dio, sulla quale siete chiamati a fondare, come su una roccia sicura, la vostra vita. Celebrando e vivendo con tutta la Chiesa questo itinerario di fede, sperimenterete che Gesù Cristo è l’unico Signore del cosmo e della storia, senza il quale ogni costruzione umana rischia di vanificarsi nel nulla. La liturgia, vissuta nel suo vero spirito, è sempre la scuola fondamentale per vivere la fede cristiana, una fede «teologale», che vi coinvolge in tutto il vostro essere – spirito, anima e corpo – per farvi diventare pietre vive nella costruzione della Chiesa e collaboratori della nuova evangelizzazione. In modo particolare, nell’Eucaristia, il Dio vivente si rende così vicino, da farsi cibo che sostiene il cammino, presenza che trasforma col fuoco del suo amore.
Cari amici, viviamo in un contesto in cui spesso incontriamo l’indifferenza verso Dio. Ma penso che nel profondo di quanti - anche tra i vostri coetanei - vivono la lontananza da Dio, ci sia una interiore nostalgia di infinito, di trascendenza. A voi il compito di testimoniare nelle aule universitarie il Dio vicino, che si manifesta anche nella ricerca della verità, anima di ogni impegno intellettuale. A tale proposito esprimo il mio compiacimento e il mio incoraggiamento per il programma di pastorale universitaria dal titolo: «Il Padre lo vide da lontano. L’oggi dell’uomo, l’oggi di Dio», proposto dall’Ufficio di pastorale universitaria del Vicariato di Roma. La fede è la porta che Dio apre nella nostra vita per condurci all’incontro con Cristo, nel quale l’oggi dell’uomo si incontra con l’oggi di Dio. La fede cristiana non è adesione ad un dio generico o indefinito, ma al Dio vivo che in Gesù Cristo, Verbo fatto carne, è entrato nella nostra storia e si è rivelato come il Redentore dell’uomo.
Credere significa affidare la propria vita a Colui che solo può darle pienezza nel tempo e aprirla ad una speranza oltre il tempo. Riflettere sulla fede, in quest'Anno della fede, è l’invito che desidero rivolgere a tutta la comunità accademica di Roma. Il continuo dialogo tra le Università statali o private e quelle pontificie lascia sperare in una presenza sempre più significativa della Chiesa nell’ambito della cultura non solo romana, ma italiana ed internazionale. Le Settimane culturali e il Simposio internazionale dei docenti che si svolgerà a giugno prossimo, saranno un esempio di questa esperienza, che spero possa realizzarsi in tutte le città universitarie dove sono presenti atenei statali, privati e pontifici.
Cari amici, «colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo» (1 Ts 5,24); farà di voi annunciatori della sua presenza. Nella preghiera di questa sera incamminiamoci idealmente verso la grotta di Betlemme per gustare la vera gioia del Natale: la gioia di accogliere al centro della nostra vita, sull’esempio della Vergine Maria e di san Giuseppe, quel Bambino che ci ricorda che gli occhi di Dio sono aperti sul mondo e su ogni uomo (cfr Zc 12,4). Gli occhi di Dio sono aperti su di noi perché Lui è fedele al suo amore! Solo questa certezza può condurre l’umanità verso traguardi di pace e di prosperità, in questo momento storico delicato e complesso. Anche la prossima Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro sarà per voi giovani universitari una grande occasione per manifestare la fecondità storica della fedeltà di Dio, offrendo la vostra testimonianza e il vostro impegno per il rinnovamento morale e sociale del mondo. La consegna dell’Icona di Maria Sedes Sapientiae alla delegazione universitaria brasiliana da parte della Cappellania universitaria di Roma Tre, che quest’anno celebra il suo ventennale, è un segno di questo comune impegno di voi giovani universitari di Roma.
A Maria, Sede della Sapienza, affido tutti voi e i vostri cari; lo studio, l’insegnamento, la vita degli Atenei; specialmente l’itinerario di formazione e di testimonianza in questo Anno della fede. Le lampade che porterete nelle vostre cappellanie siano sempre alimentate dalla vostra fede umile ma piena di adorazione, perché ciascuno di voi sia una luce di speranza e di pace nell’ambiente universitario. Amen.

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S. Alfonso Maria de Liguori Apparecchio e ringraziamento…messa per il sabbato

S. Alfonso Maria de Liguori
Apparecchio e ringraziamento…messa
IntraText CT - Lettura del testo
CONSID. VII. PER IL SABBATO

Festinans descende, quia hodie in domo tua oportet me manere. (Luc. 19. 5.)


Immaginati, come Gesù Cristo dica a te stamattina queste istesse parole che già disse a Zaccheo: Presto, vieni all'altare, ch'io voglio entrare oggi nella casa dell'anima tua per conservarle la vita, per guarire le sue piaghe, e per infiammarla del mio amore. Sì tutto ciò fa il divin sagramento. Egli è pane che dà vita all'anima: Panis quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita 1. Egli è medicina con cui siamo liberati e preservati da' peccati: Antidotum quo liberemur a culpis quotidianis, et a peccatis mortalibus praeservemur 2. Egli è fuoco che infiamma l'anima del santo amore; sicché tutti (come dice il Grisostomo), se noi non mettessimo impedimento, partiremmo dall'altare flammam spirantes, terribiles effecti diabolo.


Ma, mio Dio, come poi tanti sacerdoti, che ogni settimana si cibano di questo pane celeste, invece di ardere di divino amore, si vedono sempre più attaccati al mondo? e vanno sempre all'altare cogli stessi peccati veniali deliberati? Tutto nasce, perché vanno a celebrare senza fine e desiderio di farsi santi, ma o per interesse o per uso fatto. E perciò sempre commettono gli stessi difetti; e così s'accostano alla morte, e se ne vanno a render conto a Gesù C. della loro vita menata nel sacerdozio tutta tepida e disordinata.

Sacerdote mio, se tu sei uno di costoro, vedi che questo pane celeste non ti gioverà a farti santo, ma ti renderà più reo per tua colpa avanti al divin tribunale. Emendati; pensa che la morte si avvicina. Rifletti, quali sono quegli attacchi e quei difetti che t'impediscono di avanzarti nel divino amore, e toglili. Pensa che sei sacerdote. Pensa che Dio ti ha eletto per suo favorito e non potea farti più grande di quello che t'ha fatto.


Affetti


O Dio d'infinita maestà, voi volete venire questa mattina nell'anima mia ad alloggiare; ma le case dove voi abitate, debbono esser sante: Domum tuam decet sanctitudo, Domine 3. Come potrò ricevervi io che sono così imperfetto e pieno di difetti? Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum.


Ah, mio Redentore, se ora dovessi comparire al vostro giudizio, qual buon conto vi darei di tante messe dette, e degli anni in cui sono stato sacerdote? Signore, aspettatemi, non mi giudicate ancora: Non intres in iudicium cum servo tuo 4. Aspettatemi un altro poco per pietà: Dimitte me, ut plangam paululum dolorem meum, antequam vadam, et non revertar 5. Datemi un altro poco di vita, acciocché io pianga l'ingratitudine, con cui sinora vi ho trattato, o Gesù mio. Voi m'avete fatto sacerdote; ma qual vita di sacerdote io misero ho fatta finora? Con tante messe e comunioni avrei avuto da diventar tutto fuoco del vostro amore, tutto puro e santo. Per voi già non è mancato, tutto è mancato per colpa mia, e per gli impedimenti ch'io ho posti alla vostra grazia. La mia vita non vi ha



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onorato no, ma vi ha disonorato appresso il cielo e la terra. Voi mi avete cacciato dal mondo, ed io ho amato il mondo più che gli stessi mondani. Mio Dio, pietà, non mi abbandonate ch'io voglio emendarmi. Mi pento con tutto il cuore di quanti disgusti vi ho dati. Voglio cominciare ad amarvi da vero, voglio cominciare da questa mattina, in cui vi ho da tornare a ricevere.


Vi amo, o Dio dell'anima mia, vi amo, mio Salvatore, che per salvarmi e farmi vostro sacerdote avete data la vita: Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea. Perdonatemi, Gesù mio, e sanatemi. Distaccatemi dal mondo, e legatemi strettamente a voi; fatemi vivere da sacerdote, quale m'avete fatto. Caro mio Redentore, i meriti vostri sono la speranza mia. Eterno Padre, vi offerisco questa mattina Gesù Cristo, acciocché mi rendiate tutto vostro. Maria ss., pregate Gesù per me.





RINGRAZIAMENTO VII. PER IL SABBATO.

Loquere Domine, quia audit servus tuus.

(1. Reg. 3. 9.)


Caro mio Gesù voi siete venuto di nuovo a visitare questa mattina l'anima mia; ve ne ringrazio con tutto il cuore. Giacché siete venuto, parlate, dite quel che volete da me, che io tutto voglio farlo. Io meriterei che voi non mi parlaste più, mentre tante volte sono stato sordo alle vostre voci con cui mi avete chiamato al vostro amore, ed io ingrato vi ho voltate le spalle. Ma dell'offese che vi ho fatte già mi son pentito; ora di nuovo me ne pento e spero che già mi abbiate perdonato. Ditemi dunque che volete da me, ch'io tutto voglio adempirlo.


Oh vi avessi sempre amato, mio Dio: misero me, e quanti anni ho perduti! Ma il vostro sangue e le vostre promesse mi fanno sperare di compensare per l'avvenire il tempo perduto, con attendere solo ad amarvi e darvi gusto.


Io vi amo, mio Redentore, vi amo, mio Dio, ad altro non anelo, che ad amarvi con tutto il mio cuore, e di morire anche per amore di voi che siete morto per amor mio. Amore amoris



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tui (vi dirò con s. Francesco) moriar, qui amore amoris mei dignatus es mori. Voi, Gesù mio, vi siete dato tutto a me, mi avete dato tutto il vostro sangue, la vita, tutti i vostri sudori, tutti i vostri meriti, non vi è restato più che darmi; io mi dono tutto a voi, vi dono tutte le mie soddisfazioni, tutti i piaceri della terra, il mio corpo, l'anima, la volontà; non ho più che darvi; se più avessi, più vi darei. Caro mio Gesù, voi mi bastate.


Ma, Signore, fate voi ch'io vi sia fedele; non permettete ch'io mutando volontà vi abbia a lasciare. Spero per la vostra passione, o mio Salvatore, che ciò non abbia mai a succedere. Voi avete detto: Nullus speravit in Domino et confusus est 1. Dunque ben fermamente posso dire anch'io: In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum. Io spero e voglio sempre sperare, o Dio dell'anima mia, che non avrò mai più a patir la confusione di vedermi separato da voi e in disgrazia vostra: In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum.


Dio mio, voi siete onnipotente, fatemi santo; fate ch'io vi ami assai, fate che io non tralasci cosa che intenda esser di gloria vostra, e vinca tutto per darvi gusto. Beato me, se perdo tutto per fare acquisto di voi, e del vostro amore! Voi a questo fine mi avete data la vita: fate ch'io la spenda tutta per voi. Io non merito grazie, ma castighi; ed io vi dico, castigatemi come volete, ma non mi private del vostro amore. Voi senza riserba avete amato me: io senza riserba voglio amar voi, bene infinito, amore infinito. O volontà di Dio! voi siete l'amor mio. O Gesù mio! voi siete morto per me: oh potessi anch'io morire per voi, e far colla mia morte che tutti vi amassero! O infinito bene, infinitamente amabile! io vi stimo ed amo sopra ogni cosa. O Maria! tiratemi voi tutto a Dio; datemi confidenza in voi, e fate ch'io sempre a voi ricorra; voi mi avete da far santo colla vostra intercessione: così spero.

Viva Gesù nostro amore,

E Maria nostra speranza

Benedetto XVI: La Buona Novella si può riassumere in poche parole: Dio, creatore dell'uomo, in suo figlio Gesù ci fa conoscere il suo amore per l'umanità: «Dio è amore» (cfr. i Gv), Egli vuole la felicità delle sue creature, di tutti i suoi figli.

Vedi anche:


VISITA "AD LIMINA APOSTOLORUM" DEGLI ECC.MI PRESULI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DI FRANCIA (3° GRUPPO), 30.11.2012

Alle ore 11 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI incontra i Presuli della Conferenza Episcopale di Francia (3° gruppo: province ecclesiastiche di Clermont, Lyon, Marseille, Montpellier e Toulouse), ricevuti in questi giorni, in separate udienze, in occasione della Visita "ad Limina Apostolorum".

Riportiamo di seguito il testo del discorso che il Papa rivolge ai Vescovi presenti nel corso dell’incontro:

DISCORSO DEL SANTO PADRE



Signor cardinale,
cari fratelli nell'episcopato,

Conservo sempre vivo il ricordo del mio viaggio apostolico in Francia in occasione delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario delle apparizioni a Lourdes dell'Immacolata Concezione. Siete l'ultimo dei tre gruppi di vescovi di Francia venuti in visita ad limina. La ringrazio, eminenza, per le sue cordiali parole. Rivolgendomi a quanti vi hanno preceduto, ho aperto una sorta di trittico la cui indispensabile predella potrebbe essere il discorso che vi ho rivolto a Lourdes nel 2008. L'esame di questo insieme inscindibile vi sarà certamente utile e guiderà le vostre riflessioni.
Voi siete responsabili di regioni in cui la fede cristiana si è radicata molto presto e ha recato frutti ammirevoli. Regioni legate a nomi illustri che si sono adoperati tanto per il radicamento e la crescita del Regno di Dio in questo mondo: martiri come Potino e Blandina, grandi teologi come Ireneo e Vincenzo di Lérins, maestri della spiritualità cristiana come Bruno, Bernardo, Francesco di Sales e tanti altri. La Chiesa in Francia s'iscrive in una lunga stirpe di santi, dottori, martiri e confessori della fede. Siete gli eredi di una grande esperienza umana e di un'immensa ricchezza spirituale, che, senza alcun dubbio, sono quindi per voi fonte d'ispirazione nella vostra missione di pastori.
Queste origini e questo passato glorioso, sempre presenti nel nostro pensiero e tanto cari al nostro spirito, ci permettono di nutrire una grande speranza, insieme salda e audace, al momento di raccogliere le sfide del terzo millennio e di ascoltare le aspettative degli uomini della nostra epoca, alle quali Dio solo può dare una risposta soddisfacente.La Buona Novella che abbiamo il compito di annunciare agli uomini di tutti i tempi, di tutte le lingue e di tutte le culture, si può riassumere in poche parole: Dio, creatore dell'uomo, in suo figlio Gesù ci fa conoscere il suo amore per l'umanità: «Dio è amore» (cfr. i Gv), Egli vuole la felicità delle sue creature, di tutti i suoi figli. La costituzione pastorale Gaudium et spes (cfr. n. 10) ha affrontato le questioni chiave dell'esistenza umana, sul senso della vita e della morte, del male, della malattia e della sofferenza, così presenti nel nostro mondo. Ha ricordato che, nella sua bontà paterna, Dio ha voluto dare delle risposte a tutti questi interrogativi e che Cristo ha fondato la sua Chiesa affinché tutti gli uomini potessero conoscerle. Perciò uno dei problemi più seri della nostra epoca è quello dell'ignoranza pratica religiosa in cui vivono molti uomini e donne, compresi alcuni fedeli cattolici (cfr. esortazione apostolica Christifideles laici, capitolo v).
Per questo motivo la nuova evangelizzazione, nella quale la Chiesa si è risolutamente impegnata dal concilio Vaticano II e della quale il motu proprio Ubicumque et semper ha delineato le principali modalità, si presenta con un'urgenza particolare, come hanno sottolineato i padri del Sinodo che si è da poco concluso. Essa chiede a tutti i cristiani di rendere ragione della speranza che è in loro (cfr. 1 Pt 3, 15), consapevole che uno degli ostacoli più temibili della nostra missione pastorale è l'ignoranza del contenuto della fede. Si tratta in realtà di una duplice ignoranza: un disconoscimento della persona di Gesù Cristo e un'ignoranza della sublimità dei suoi insegnamenti, del loro valore universale e permanente nella ricerca del senso della vita e della felicità. Questa ignoranza provoca inoltre nelle nuove generazioni l'incapacità di comprendere la storia e di sentirsi eredi di questa tradizione che ha modellato la vita, la società, l'arte e la cultura europee.
Nell'attuale Anno della fede, la Congregazione per la Dottrina della Fede, nella nota del 6 gennaio 2012, ha dato le indicazioni pastorali auspicabili per mobilitare tutte le energie della Chiesa, l'azione dei suoi pastori e dei suoi fedeli, al fine di animare in profondità la società. È lo Spirito Santo che, «con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova» (Lumen gentium, 4).
Questa nota ricorda che «ogni iniziativa per l'Anno della fede vuole favorire la gioiosa riscoperta e la rinnovata testimonianza della fede. Le indicazioni qui offerte hanno lo scopo di invitare tutti i membri della Chiesa ad impegnarsi perché quest'Anno sia occasione privilegiata per condividere quello che il cristiano ha di più caro: Cristo Gesù, Redentore dell'uomo, Re dell'Universo, “autore e perfezionatore della fede” (Eb 12, 2)». Il Sinodo dei vescovi ha proposto di recente a tutti e a ognuno i mezzi per condurre a buon fine questa missione. L'esempio del nostro divino Maestro è sempre il fondamento di tutta la nostra riflessione e della nostra azione. Preghiera e azione, questi sono i mezzi che il nostro Salvatore ci chiede ancora e sempre di utilizzare.
La nuova evangelizzazione sarà efficace se coinvolgerà a fondo le comunità e le parrocchie. I segni di vitalità e l'impegno dei fedeli laici nella società francese sono già una realtà incoraggiante. Molti sono stati in passato gli impegni dei laici; penso a Pauline-Marie Jaricot, della cui morte abbiamo celebrato il centocinquantesimo anniversario, e alla sua opera per la diffusione della fede, così determinante per le missioni cattoliche nel XIX e XX secolo. I laici, con i loro vescovi e i sacerdoti, sono protagonisti nella vita della Chiesa e nella sua missione di evangelizzazione. In diversi suoi documenti (Lumen gentium, Apostolicam actuositatem, tra gli altri), il concilio Vaticano II ha sottolineato la specificità della loro missione: permeare le realtà umane dello spirito del Vangelo. I laici sono il volto del mondo nella Chiesa e allo stesso tempo il volto della Chiesa nel mondo. Conosco il valore e la qualità del multiforme apostolato dei laici, uomini e donne. Unisco la mia voce alla vostra per esprimere loro i miei sentimenti di stima.
La Chiesa in Europa e in Francia non può restare indifferente dinanzi alla diminuzione delle vocazioni e delle ordinazioni sacerdotali, e neppure degli altri tipi di chiamate che Dio suscita nella Chiesa. È urgente mobilitare tutte le energie disponibili, affinché i giovani possano ascoltare la voce del Signore. Dio chiama chi vuole e quando vuole. Tuttavia, le famiglie cristiane e le comunità ferventi restano terreni particolarmente favorevoli. Queste famiglie, queste comunità e questi giovani sono dunque al centro di ogni iniziativa di evangelizzazione, malgrado un contesto culturale e sociale segnato dal relativismo e dall'edonismo.
Essendo i giovani la speranza e il futuro della Chiesa e del mondo, non voglio tralasciare di menzionare l'importanza dell'educazione cattolica. Questa svolge un compito ammirevole, spesso difficile, reso possibile dall'instancabile dedizione dei formatori: sacerdoti, persone consacrate o laici. Al di là del sapere trasmesso, la testimonianza di vita dei formatori deve permettere ai giovani di assimilare i valori umani e cristiani al fine di tendere alla ricerca e all'amore del vero e del bello (cfr. Gaudium et spes, 15). Continuate a incoraggiarli e ad aprire loro nuove prospettive affinché beneficino anche dell'evangelizzazione. Gli istituti cattolici sono chiaramente al primo posto nel grande dialogo tra la fede e la cultura. L'amore per la verità che irradiano è di per sé evangelizzatore. Sono ambiti d'insegnamento e di dialogo, e anche centri di ricerca, che devono essere sempre più sviluppati, più ambiziosi.
Conosco bene il contributo che la Chiesa in Francia ha apportato alla cultura cristiana. So della vostra attenzione -- e vi incoraggio in tal senso -- a coltivare il rigore accademico e a tessere legami più intensi di comunicazione e di collaborazione con università di altri Paesi, sia perché beneficino degli ambiti in cui eccellete, sia perché impariate da loro, al fine di servire sempre meglio la Chiesa, la società, l'intero uomo. Sottolineo con gratitudine le iniziative prese in alcune vostre diocesi per favorire l'iniziazione teologica di giovani studenti di discipline profane.
La teologia è una fonte di sapienza, di gioia, di meraviglia che non può essere riservata solo ai seminaristi, ai sacerdoti e alle persone consacrate. Proposta a numerosi giovani e adulti, essa li conforterà nella fede e farà di loro, senza alcun dubbio, apostoli audaci e convincenti. È dunque una prospettiva che potrebbe essere ampiamente proposta agli istituti superiori di teologia, come espressione della dimensione intrinsecamente missionaria della teologia e come servizio della cultura nel suo significato più profondo.
Quanto alle scuole cattoliche che hanno modellato la vita cristiana e culturale del vostro Paese, esse hanno oggi una responsabilità storica. Ambito di trasmissione del sapere e di formazione della persona, di accoglienza incondizionata e di apprendimento della vita in comune, godono spesso di un meritato prestigio. È necessario trovare i percorsi affinché la trasmissione della fede resti al centro del loro progetto educativo. La nuova evangelizzazione passa per queste scuole e per la multiforme opera dell'educazione cattolica che sottende numerose iniziative e movimenti, per la qual cosa la Chiesa è riconoscente. L'educazione ai valori cristiani è la chiave della cultura del vostro Paese. Aprendo alla speranza e alla libertà autentica, essa continuerà ad apportarle dinamismo e creatività. L'ardore conferito alla nuova evangelizzazione sarà il nostro contributo migliore allo sviluppo della società umana e la risposta migliore alle sfide di ogni tipo che tutti devono affrontare in questo inizio del terzo millennio. Cari fratelli nell'episcopato, affido voi, come pure il vostro lavoro pastorale e l'insieme delle comunità che vi sono state affidate, alla sollecitudine materna della Vergine Maria che vi accompagnerà nella vostra missione nel corso degli anni a venire! E come ho affermato prima di lasciare la Francia nel 2008: «Da Roma vi resterò vicino e quando sosterò davanti alla riproduzione della Grotta di Lourdes, che da oltre un secolo si trova nei Giardini Vaticani, penserò a voi. Che Dio vi benedica!».

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Il Papa a Bartolomeo I: La sfida più urgente, sulla quale ci siamo sempre trovati in totale accordo con Vostra Santità, è oggi quella di come far giungere l’annuncio dell’amore misericordioso di Dio all’uomo del nostro tempo, così spesso distratto, più o meno incapace di una riflessione profonda sul senso stesso della sua esistenza, preso come tale a partire da progetti e da utopie che non possono che deluderlo


IL RIAVVICINAMENTO FRA CATTOLICI E ORTODOSSI

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI A SUA SANTITÀ BARTOLOMEO I, PATRIARCA ECUMENICO, PER LA FESTA DI S. ANDREA, 30.11.2012

Nel quadro del tradizionale scambio di Delegazioni per le rispettive feste dei Santi Patroni, il 29 giugno a Roma per la celebrazione dei Santi apostoli Pietro e Paolo e il 30 novembre a Istanbul per la celebrazione di Sant’Andrea apostolo, il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, guida quest’anno la Delegazione della Santa Sede per la Festa del Patriarcato Ecumenico. Il cardinale Koch è accompagnato dal vescovo Brian Farrell, segretario del Dicastero, e da Monsignor Andrea Palmieri, sottosegretario. Ad Istanbul, si è unito alla delegazione il nunzio apostolico in Turchia, l’arcivescovo Antonio Lucibello. La Delegazione della Santa Sede ha preso parte alla solenne Divina Liturgia presieduta da Sua Santità Bartolomeo I nella chiesa patriarcale del Fanar, ed ha avuto un incontro con il Patriarca e conversazioni con la Commissione sinodale incaricata delle relazioni con la Chiesa cattolica. Il cardinale Koch ha consegnato al Patriarca Ecumenico un messaggio autografo del Santo Padre, di cui ha dato pubblica lettura alla conclusione della Divina Liturgia, accompagnato da un dono. Il cardinale ha inoltre incontrato i rappresentanti della comunità cattolica locale e si è intrattenuto in una conversazione con il Comitato ecumenico del Vicariato apostolico della Chiesa cattolica d’Istanbul.
Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI al Patriarca Ecumenico:

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE


A Sua Santità Bartolomeo I
Arcivescovo di Costantinopoli
Patriarca Ecumenico

«Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori» (Ef 3, 17)

Animato da sentimenti di gioia profonda e di vicinanza fraterna, vorrei oggi fare mio questo auspicio, che san Paolo rivolge alla comunità cristiana di Efeso, per formularlo a lei, Santità, ai membri del Santo Sinodo, al clero e a tutti i fedeli, riuniti in questo giorno di festa per celebrare la grande solennità di sant’Andrea. Seguendo l’esempio dell’Apostolo, anche io, in quanto vostro fratello nella fede, «piego le ginocchia davanti al Padre» (Ef 3, 14), per chiedere che vi conceda «di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito» (Ef 3, 16) e di «conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza» (Ef 3, 19).
Lo scambio di Delegazioni tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli, che si rinnova ogni anno in occasione delle rispettive feste patronali di sant’Andrea al Fanar e dei santi Pietro e Paolo a Roma, testimonia in modo concreto il legame di vicinanza fraterna che ci unisce. È una comunione profonda e reale, sebbene ancora imperfetta, che si fonda non su ragioni umane di cortesia e di convenienza, ma sulla fede comune nel Signore Gesù Cristo, il cui Vangelo di salvezza ci è pervenuto grazie alla predicazione e alla testimonianza degli apostoli, suggellato dal sangue del martirio. Potendo contare su questo solido fondamento, possiamo procedere insieme con fiducia nel cammino che conduce verso il ripristino della piena comunione. In questo cammino, grazie anche al sostegno assiduo e attivo di Vostra Santità, abbiamo compiuto tanti progressi, per i quali le sono molto riconoscente. Anche se la strada da percorrere può sembrare ancora lunga e difficile, la nostra intenzione di proseguire in questa direzione resta immutata, confortati dalla preghiera che nostro Signore Gesù Cristo ha rivolto al Padre: «siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda» (Gv 17, 21).
Santità, in questo momento desidero rinnovarle l’espressione della mia viva riconoscenza per le parole pronunciate al termine della celebrazione per il cinquantesimo anniversario dell’apertura del concilio Vaticano II e per l’apertura dell’Anno della fede, che si è tenuta a Roma a ottobre, parole mediante le quali lei ha saputo farsi interprete dei sentimenti di tutti i presenti. Conservo vivi ricordi della sua visita a Roma in quella circostanza, durante la quale abbiamo avuto l’opportunità di rinnovare i vincoli della nostra sincera e autentica amicizia. Questa amicizia sincera che è nata tra di noi, con una grande visione comune delle responsabilità alle quali siamo chiamati come cristiani e come pastori del gregge che Dio ci ha affidato, è motivo di grande speranza affinché si sviluppi una collaborazione sempre più intensa, nel compito urgente di rendere, con rinnovato vigore, testimonianza del messaggio evangelico al mondo contemporaneo. Ringrazio inoltre di tutto cuore lei, Santità, e il Santo Sinodo del Patriarcato Ecumenico per aver voluto inviare un delegato fraterno affinché partecipasse all’Assemblea ordinaria generale del Sinodo de vescovi sul tema: «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana».
La sfida più urgente, sulla quale ci siamo sempre trovati in totale accordo con Vostra Santità, è oggi quella di come far giungere l’annuncio dell’amore misericordioso di Dio all’uomo del nostro tempo, così spesso distratto, più o meno incapace di una riflessione profonda sul senso stesso della sua esistenza, preso come tale a partire da progetti e da utopie che non possono che deluderlo.
La Chiesa non ha altro messaggio oltre al «Vangelo di Dio» (Rm 1, 1) e non ha altro metodo oltre all’annuncio apostolico, sostenuto e garantito dalla testimonianza di santità della vita dei pastori e del popolo di Dio. Il Signore Gesù ci ha detto che «la messe è molta» (Lc 10, 2), e non possiamo accettare che vada perduta a causa delle nostre debolezze e delle nostre divisioni.
Santità, nella Divina liturgia odierna che avete celebrato in onore di sant’Andrea, patrono del Patriarcato ecumenico, avete pregato «per la pace nel mondo intero, per la prosperità delle sante Chiese di Dio e per l’unione di tutti». Con tutti i fratelli e le sorelle cattolici, mi unisco alla vostra preghiera. La piena comunione alla quale aspiriamo, è un dono che viene da Dio. A Lui, «che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi» (Ef 3, 20), rivolgiamo con fiducia la nostra supplica, per intercessione di sant’Andrea e di san Pietro, suo fratello.
Con questi sentimenti di sincero affetto in Cristo Signore, rinnovo i miei cordiali auguri e scambio con lei, Santità, un abbraccio fraterno.
Dal Vaticano, 23 novembre 2012


BENEDICTUS PP. XVI

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

(Traduzione Osservatore Romano)

segunda-feira, 2 de setembro de 2013

Bento XVI: E o sangue de Cristo, que está no centro da Eucaristia, significa justamente “entrar no esplendor do encontro alegre de Deus”: “este Sangue é o seu amor , é a Montanha de Deus e nos abre à glória de Deus”.

Bento XVI celebrou Missa para ex-alunos ontem.
Rádio Vaticano – “Estamos no caminho certo, se tentamos nos tornar pessoas que “descem” para servir e levar a gratuidade de Deus”. Foi o que disse, em síntese, o Papa Emérito Bento XVI na homilia da Missa celebrada na manhã deste domingo, na Capela do Governatorato, no Vaticano, por ocasião do tradicional seminário de verão ‘Schülerkreis Ratzinger’, de seus ex-alunos. O encontro dos estudantes foi realizado, como de costume, em Castel Gandolfo, mas neste ano Bento XVI não participou.
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Esta 38a edição do ‘Schülerkreis Ratzinger’ foi dedicada à “Questão de Deus no contexto da secularização”, à luz da produção filosófica e teológica de Rémi Brague, teórico francês premiado no ano passado com o “Prêmio Ratzinger” para a teologia. Cerca de cinqüenta pessoas participaram da Missa concelebrada pelos Cardeais Kurt Koch, Presidente do Pontifício Conselho para a Promoção da Unidade dos Cristãos e Christoph Schönborn, Arcebispo de Viena, além do Prefeito da Casa Pontifícia o Arcebispo Georg Gaenswein e Barthelemy Adoukonou, Secretário do Pontifício Conselho para a Cultura e o Bispo Auxiliar de Hamburgo, Dom Hans-Jochen Jaschke.
Cada um na vida quer encontrar o seu lugar bom. Mas qual é verdadeiramente o lugar certo? A homilia de Bento XVI é, no fundo, uma resposta a este pergunta e parte do Evangelho de hoje, no qual Jesus convida a ocupar o último lugar. “Um lugar que pode parecer muito bom, pode revelar-se como um lugar muito ruim”, observou o Papa emérito, referindo-se ao que já conteceu neste mundo, também nos últimos decênios, onde vimos como “os primeiros” sofreram uma reviravolta e improvisadamente tornaram-se os últimos e aquele lugar que parecia muito bom, era ao invés disto “errado”. Também nas palavras durante a Última Ceia, os discípulos brigam pelos melhores lugares. Jesus se apresenta, ao contrário, como aquele que serve. Ele, “nascido num estábulo” e “morto numa cruz” “nos diz” – disse Bento XVI – que o lugar certo é aquele próximo a Ele, “o lugar segundo a sua medida”. E o apóstolo, enquanto enviado por Cristo “é o último na opinião do mundo” e justamente por isto está próximo a Jesus:
“Quem, neste mundo e nesta história, talvez, seja empurrado para a frente e chega ao topo, deve saber que está em perigo; deve olhar ainda mais para o Senhor, submeter-se a Ele, medir à responsabilidade pelo outro, deve tornar-se aquele que serve, aquele que na realidade está sentado aos pés do outro, e assim abençoa e por sua vez, torna-se abençoado”.
E assim, qualquer que seja o lugar que a história vai nos colocar, o que é determinante – sublinha o Papa Emérito – é “a responsabilidade diante d’Ele, e a responsabilidade pelo amor, pela justiça e pela verdade”. No Evangelho de hoje o Senhor recorda que quem se exalta será humilhado e quem se humilha será exaltado. E Bento XVI observa que “Cristo, o Filho de Deus, desce para nos servir e isto faz a essência de Deus” que “consiste em inclinar-se em direção a nós: o amor, o sim aos sofredores, a elevação da humilhação”:
“Nós nos encontramos no caminho de Jesus, no caminho certo, se em Seu lugar e como Ele tentamos nos tornar pessoas que “descem” para entrar na verdadeira grandeza, na grandeza de Deus que é a grandeza do amor”.
Bento XVI faz então na homilia uma verdadeira ‘catequese’ sobre o sentido do abaixamento de Cristo e sobre a exigência do amor de Deus. “A Cruz, na história, é o último lugar” e o “Crucifixo não tem nenhum lugar, é um não-lugar”, foi despojado, “é um ninguém”. João no Evagelho – diz Bento XVI – vê “esta humilhação extrema” como “a verdadeira exaltação”:
“Assim, Jesus é mais alto; sim, está na altura de Deus porque a altura da Cruz é a altura do amor de Deus, a altura da renúncia de si mesmo e a dedicação aos outros. Assim, este é um lugar divino e nós queremos rezar a Deus para que nos permita compreender isto sempre mais e em aceitar com humildade, cada um a seu modo, este mistério de exaltação e de humilhação”.
Por fim, o Papa Emérito recorda que Jesus nos exorta a “convidar” independente das vantagens, isto é, para convidar os coxos, os aleijados, os pobres, porque Ele próprio assim o fez convidando “a nós para a mesa de Deus”, mostrando-nos desta forma o que é gratuidade. Justamente, a economia está baseada na “justiça comutativa”, sobre ‘do ut des’, mas mesmo neste ambiente continua a ser algo gratuito, diz Bento XVI, sublinhando que “sem a gratuidade do perdão nenhuma sociedade pode crescer”, tanto é verdade que as maiores coisas na vida, ou seja, “o amor, a amizade, a bondade, o perdão”, “não podemos pagar por elas”, “são ‘grátis’, da mesma forma que, quando Deus nos dá, o faz gratuitamente”:
“Assim, mesmo na luta pela justiça no mundo, nunca devemos esquecer a “gratuidade” de Deus, o constante dar e receber, e nós devemos construir sobre o fato de que o Senhor nos dá, de que existem pessoas boas que nos dão ‘grátis’ a sua bondade, que nos suportam gratuitamente, nos amam e são boas conosco ‘grátis’; e depois nós, da nossa parte, devemos dar esta ‘gratuidade’ para aproximar o mundo de Deus, para tornarmo-nos semelhantes a Ele, para abrirmo-nos a Ele”.
Bento XVI, então, detem-se sobre a Liturgia, sobre a humildade da Liturgia cristã que é “incomensuravelmente grande”, porque nos une às fileiras dos anjos e santos na alegria festiva de Deus. E o sangue de Cristo, que está no centro da Eucaristia, significa justamente “entrar no esplendor do encontro alegre de Deus”: “este Sangue é o seu amor – concluiu Bento XVI – é a Montanha de Deus e nos abre à glória de Deus”.

sexta-feira, 5 de julho de 2013

Lumen Fidei - A luz da fé, assim se intitula a primeira Encíclica do Papa Francisco a qual já estava "quase completada" por Bento XVI.

 

Lumen Fidei - A luz da fé, assim se intitula a primeira Encíclica do Papa Francisco a qual já estava "quase completada" por Bento XVI.

Encíclica Lumen fidei - A luz da fé: síntese do conteúdo



Lumen Fidei - A luz da fé, assim se intitula a primeira Encíclica do Papa Francisco que hoje foi apresentada em conferência de imprensa, no Vaticano. Dirigida aos bispos, sacerdotes, diáconos, religiosos e religiosas e a todos os fiéis leigos, a Encíclica – explica o Papa Francisco - já estava "quase completada" por Bento XVI. Àquela "primeira versão" o actual Pontífice acrescentou "ulteriores contribuições ". A finalidade do documento é recuperar o carácter de luz que é específico da fé, capaz de iluminar toda a existência humana.
Quem acredita nunca está sozinho, porque a fé é um bem comum que ajuda a edificar as nossas sociedades, dando esperança. E’ este é o coração da Lumen fidei. Numa época como a nossa, a moderna - escreve o Papa - em que o acreditar se opõe ao pesquisar e a fé é vista como um salto no vazio que impede a liberdade do homem, é importante ter fé e confiar, com humildade e coragem, ao amor misericordioso de Deus, que endireita as distorções da nossa história.
Testemunha fiável da fé é Jesus, através do qual Deus actua realmente na história. Como na vida de cada dia confiamos no arquitecto, o farmacêutico, o advogado, que conhecem as coisas melhor que nós, assim também para a fé confiamos em Jesus, um especialista nas coisas de Deus. A fé sem a verdade não salva, diz em seguida o Papa – fica a ser apenas um bonito conto de fadas, sobretudo hoje em que se vive uma crise de verdade, porque se acredita apenas na tecnologia ou nas verdades do indivíduo, porque se teme o fanatismo e se prefere o relativismo. Pelo contrário, a fé não é intransigente, o crente não é arrogante: a verdade que vem do amor de Deus não se impõe pela violência, não esmaga o indivíduo e torna possível o diálogo entre fé e razão.
Se torna, portanto, essencial a evangelização: a luz de Jesus brilha no rosto dos cristãos e se transmite de geração em geração, através das testemunhas da fé. Mas de uma maneira especial, a fé se transmite através dos Sacramentos, como o Baptismo e a Eucaristia, e através da confissão de fé do Credo e a Oração do Pai Nosso, que envolvem o crente nas verdades que confessa e o fazem ver com os olhos de Cristo. A fé é uma, sublinha o Papa, e a unidade da fé é a unidade da Igreja.
Também é forte a ligação entre acreditar e construir o bem comum: a fé torna fortes os laços entre os homens e se coloca ao serviço da justiça, do direito e da paz. Essa não nos afasta do mundo, muito pelo contrário: se a tirarmos das nossas cidades, ficamos unidos apenas por medo ou por interesse. A fé, pelo contrário, ilumina a família fundada no matrimónio entre um homem e uma mulher; ilumina o mundo dos jovens que desejam “uma vida grande ", dá luz à natureza e nos ajuda a respeitá-la, para "encontrar modelos de desenvolvimento que não se baseiam apenas na "utilidade ou lucro, mas que consideram a criação como um dom". Mesmo o sofrimento e a morte recebem um sentido do facto de confiarmos em Deus, escreve ainda o Pontífice: ao homem que sofre o Senhor não dá um raciocínio que explica tudo, mas a sua presença que o acompanha.
Finalmente, o Papa lança um apelo: "Não deixemos que nos roubem a esperança, não deixemos que ela seja frustrada com soluções e propostas imediatas que nos bloqueiam o caminho para Deus”.

Lumen fidei – The light of faith (LF) is the first Encyclical signed by Pope Francis and takes up the “fine work” carried out by the Pope Emeritus,Benedict XVI who had already “almost completed” the Encyclical on faith.

Vatican City, 5 July 2013 (VIS) – Published below is a broad summary of Pope Francis' first encyclical, “Lumen Fidei”, published today, 5 July 2013 and signed on 29 June of the same year.
Lumen fidei – The light of faith (LF) is the first Encyclical signed by Pope Francis. Divided into four chapters, plus an introduction and a conclusion, the Pontiff explains that the Letter supplements Benedict XVI’s Encyclicals on charity and hope, and takes up the “fine work” carried out by the Pope Emeritus, who had already “almost completed” the Encyclical on faith. The Holy Father has now added “further contributions” to this existing “first draft”.
The introduction (nos. 1-7) of LF illustrates the motivations at the basis of the document: firstly, it reiterates the characteristics of light typical of faith, able to illuminate all man’s existence, to assist him in distinguishing good from evil, especially in this modern age in which belief is opposed to searching and faith is regarded as an illusion, a leap into the void that impedes man’s freedom. Secondly, LF – precisely in this Year of Faith, 50 years following the Second Vatican Council, a “Council on faith” – seeks to reinvigorate the perception of the breadth of the horizons faith opens so that it might be confessed in unity and integrity. Indeed, faith is not a condition to be taken for granted, but rather a gift from God, to be nurtured and reinforced. “Who believes, sees”, the Pope writes, since the light of faith comes from God and is able to illuminate all aspects of man’s existence: it proceeds from the past, from the memory of Jesus’ life, but also comes from the future as it opens up vast horizons. READ...

RESUME DE L'ENCYCLIQUE LUMEN FIDEI qui est en réalité l'encyclique presque achevée de Benoît XVI sur la foi

Cité du Vatican, 5 juillet 2013 (VIS). Voici un résumé de la première encyclique du Pape François intitulée Lumen Fidei (la lumière de la foi), publiée ce matin:
Ce texte, qui s'articule en une introduction, quatre chapitres et une conclusion, est en réalité l'encyclique presque achevée de Benoît XVI sur la foi, à laquelle le Pape François a apporté sa propre contribution.
L'introduction expose les buts et, tout particulièrement, la nécessité de redécouvrir le caractère lumineux de la foi, qui éclaire l'existence, aide l'homme à distinguer le bien du mal alors que la foi est souvent perçue comme une illusion, un saut dans l'inconnu qui entrave la liberté de la personne. En cette Année de la foi et en ce cinquantième anniversaire de Vatican II, "un concile sur la foi", il convenait de raviver une large perception de la foi, confessée dans son unité et son intégrité. Il ne s'agit pas d'un préjugé acquis mais d'un don de Dieu qu'il faut nourrir et renforcer. Qui croit, voit! Car la lumière de la foi, qui vient de Dieu, éclaire toute l'existence humaine. Elle vient du souvenir de la vie de Jésus et ouvre un vaste horizon.LIRE...

SÍNTESIS DE LA ENCÍCLICA "LUMEN FIDEI" DE PAPA FRANCISCO

Ciudad del Vaticano, 5 julio 2013 (VIS).-Publicamos a continuación una amplia síntesis de la primera encíclica del Papa Francisco “Lumen Fidei”, publicada hoy, 5 de julio de 2013 y fechada el 29 de junio del mismo año.
Lumen fidei - La luz de la fe (LF) es la primera encíclica firmada por el Papa Francisco. Dividida en cuatro capítulos, una introducción y una conclusión, la Carta - explica el Papa - se suma a las encíclicas del Papa Benedicto XVI sobre la caridad y la esperanza y asume el "valioso trabajo" realizado por el Papa emérito, que ya había "prácticamente completado" la encíclica sobre la fe. A este "primera redacción" el Santo Padre Francisco agrega ahora "algunas aportaciones".
La introducción (No. 1-7) de la LF ilustra los motivos en que se basa el documento: En primer lugar, recuperar el carácter de luz propio de la fe, capaz de iluminar toda la existencia del hombre, de ayudarlo a distinguir el bien del mal, sobre todo en una época como la moderna, en la que el creer se opone al buscar y la fe es vista como una ilusión, un salto al vacío que impide la libertad del hombre. En segundo lugar, la LF - justo en el Año de la Fe, 50 años después del Concilio Vaticano II, un "Concilio sobre la Fe" - quiere reavivar la percepción de la amplitud de los horizontes que la fe abre para confesarla en la unidad y la integridad. La fe, de hecho, no es un presupuesto que hay que dar por descontado, sino un don de Dios que debe ser alimentado y fortalecido. "Quien cree ve", escribe el Papa, porque la luz de la fe viene de Dios y es capaz de iluminar toda la existencia del hombre: procede del pasado, de la memoria de la vida de Jesús, pero también viene del futuro porque nos abre vastos horizontes.
El primer capítulo (8-22): Hemos creído en el amor (1 Jn 4, 16). En referencia a la figura bíblica de Abraham, la fe en este capítulo se explica como "escucha" de la Palabra de Dios, "llamada" a salir del aislamiento de su propio yo , para abrirse a una nueva vida y "promesa" del futuro, que hace posible la continuidad de nuestro camino en el tiempo, uniéndose así fuertemente a la esperanza. La fe también se caracteriza por la "paternidad", porque el Dios que nos llama no es un Dios extraño, sino que es Dios Padre, la fuente de bondad que es el origen de todo y sostiene todo. En la historia de Israel, lo contrario de la fe es la idolatría, que dispersa al hombre en la multiplicidad de sus deseos y lo "desintegra en los múltiples instantes de su historia", negándole la espera del tiempo de la promesa. Por el contrario, la fe es confiarse al amor misericordioso de Dios, que siempre acoge y perdona, que endereza "lo torcido de nuestra historia", es disponibilidad a dejarse transformar una y otra vez por la llamada de Dios "es un don gratuito de Dios que exige la humildad y el valor de fiarse y confiarse, para poder ver el camino luminoso del encuentro entre Dios y los hombres, la historia de la salvación." (n. 14) Y aquí está la "paradoja" de la fe: el volverse constantemente al Señor hace que el hombre sea estable, y lo aleja de los ídolos.
La LF se detiene, después, en la figura de Jesús, el mediador que nos abre a una verdad más grande que nosotros, una manifestación del amor de Dios que es el fundamento de la fe "precisamente en la contemplación de la muerte de Jesús la fe se refuerza", porque Él revela su inquebrantable amor por el hombre. También en cuanto resucitado Cristo es "testigo fiable", "digno de fe”, a través del cual Dios actúa realmente en la historia y determina el destino final. Pero hay "otro aspecto decisivo" de la fe en Jesús: "La participación en su modo de ver". La fe, en efecto, no sólo mira a Jesús, sino que también ve desde el punto de vista de Jesús, con sus ojos. Usando una analogía, el Papa explica que, como en la vida diaria, confiamos en "la gente que sabe las cosas mejor que nosotros" - el arquitecto, el farmacéutico, el abogado - también en la fe necesitamos a alguien que sea fiable y experto en "las cosas de Dios" y Jesús es "aquel que nos explica a Dios." Por esta razón, creemos a Jesús cuando aceptamos su Palabra, y creemos en Jesús cuando lo acogemos en nuestras vidas y nos confiamos a él. Su encarnación, de hecho, hace que la fe no nos separe de la realidad, sino que nos permite captar su significado más profundo. Gracias a la fe, el hombre se salva, porque se abre a un Amor que lo precede y lo transforma desde su interior. Y esta es la acción propia del Espíritu Santo: "El cristiano puede tener los ojos de Jesús, sus sentimientos, su condición filial, porque se le hace partícipe de su Amor, que es el Espíritu" (n. 21). Fuera de la presencia del Espíritu, es imposible confesar al Señor. Por lo tanto, "la existencia creyente se convierte en existencia eclesial", porque la fe se confiesa dentro del cuerpo de la Iglesia, como "comunión real de los creyentes." Los cristianos son "uno" sin perder su individualidad y en el servicio a los demás cada uno gana su propio ser. Por eso, "la fe no es algo privado, una concepción individualista, una opinión subjetiva", sino que nace de la escucha y está destinada a pronunciarse y a convertirse en anuncio.
El segundo capítulo (23-36): Si no creéis, no comprenderéis (Is 07, 09). El Papa demuestra la estrecha relación entre fe y verdad, la verdad fiable de Dios, su presencia fiel en la historia. "La fe, sin verdad, no salva - escribe el Papa – Se queda en una bella fábula, la proyección de nuestros deseos de felicidad." Y hoy, debido a la "crisis de verdad en que nos encontramos", es más necesario que nunca subrayar esta conexión, porque la cultura contemporánea tiende a aceptar solo la verdad tecnológica, lo que el hombre puede construir y medir con la ciencia y lo que es "verdad porque funciona", o las verdades del individuo, válidas solo para uno mismo y no al servicio del bien común. Hoy se mira con recelo la "verdad grande, la verdad que explica la vida personal y social en su conjunto", porque se la asocia erróneamente a las verdades exigidas por los regímenes totalitarios del siglo XX. Esto, sin embargo, implica el "gran olvido en nuestro mundo contemporáneo", que - en beneficio del relativismo y temiendo el fanatismo - olvida la pregunta sobre la verdad, sobre el origen de todo, la pregunta sobre Dios. La LF subraya el vínculo entre fe y amor, entendido no como "un sentimiento que va y viene", sino como el gran amor de Dios que nos transforma interiormente y nos da nuevos ojos para ver la realidad. Si, pues, la fe está ligada a la verdad y al amor, entonces "amor y verdad no se pueden separar", porque sólo el verdadero amor resiste la prueba del tiempo y se convierte en fuente de conocimiento. Y puesto que el conocimiento de la fe nace del amor fiel de Dios, "verdad y fidelidad van juntos". La verdad que nos abre la fe es una verdad centrada en el encuentro con el Cristo encarnado, que, viniendo entre nosotros, nos ha tocado y nos ha dado su gracia, transformando nuestros corazones.
Aquí el Papa abre una amplia reflexión sobre el "diálogo entre fe y razón", sobre la verdad en el mundo de hoy, donde a menudo viene reducida a la "autenticidad subjetiva", porque la verdad común da miedo, se identifica con la imposición intransigente de los totalitarismo. En cambio, si la verdad es la del amor de Dios, entonces no se impone con la violencia, no aplasta al individuo. Por esta razón, la fe no es intransigente, el creyente no es arrogante. Por el contrario, la verdad vuelve humildes y conduce a la convivencia y el respeto del otro. De ello se desprende que la fe lleva al diálogo en todos los ámbitos: en el campo de la ciencia, ya que despierta el sentido crítico y amplía los horizontes de la razón, invitándonos a mirar con asombro la Creación; en el encuentro interreligioso, en el que el cristianismo ofrece su contribución; en el diálogo con los no creyentes que no dejan de buscar, que "intentan vivir como si Dios existiese", porque "Dios es luminoso, y se deja encontrar por aquellos que lo buscan con sincero corazón". "Quién se pone en camino para practicar el bien - afirma el Papa - se acerca a Dios". Por último, la LF habla de la teología y afirma que es imposible sin la fe, porque Dios no es un mero "objeto", sino que es Sujeto que se hace conocer. La teología es participación del conocimiento que Dios tiene de sí mismo; se desprende que debe ponerse al servicio de la fe de los cristianos y que el Magisterio de la Iglesia no es un límite a la libertad teológica, sino un elemento constitutivo porque garantiza el contacto con la fuente original, con la Palabra de Cristo.
El tercer capítulo (37-49): Transmito lo que he recibido (1 Co 15, 03). Todo el capítulo se centra en la importancia de la evangelización: quien se ha abierto al amor de Dios, no puede retener este regalo para sí mismo, escribe el Papa: La luz de Jesús resplandece sobre el rostro de los cristianos y así se difunde, se transmite bajo la forma del contacto, como una llama que se enciende de la otra, y pasa de generación en generación, a través de la cadena ininterrumpida de testigos de la fe. Esto comporta el vínculo entre fe y memoria, porque el amor de Dios mantiene unidos todos los tiempos y nos hace contemporáneos a Jesús. Por otra parte, se hace "imposible creer cada uno por su cuenta", porque la fe no es "una opción individual", sino que abre el yo al "nosotros" y se da siempre "dentro de la comunión de la Iglesia". Por esta razón, "quien cree nunca está solo": porque descubre que los espacios de su "yo" se amplían y generan nuevas relaciones que enriquecen la vida.
Hay, sin embargo, un "medio particular" por el que la fe se puede transmitir: son los Sacramentos, en los que se comunica "una memoria encarnada." El Papa cita en primer lugar el Bautismo – tanto de niños como de adultos, en la forma del catecumenado - que nos recuerda que la fe no es obra del individuo aislado, un acto que se puede cumplir solos, sino que debe ser recibida, en comunión eclesial . "Nadie se bautiza a sí mismo", dice la LF. Además, como el niño que tiene que ser bautizado no puede profesar la fe él solo, sino que debe ser apoyado por los padres y por los padrinos, se sigue "la importancia de la sinergia entre la Iglesia y la familia en la transmisión de la fe." En segundo lugar, la Encíclica cita la Eucaristía, "precioso alimento para la fe", "acto de memoria, actualización del misterio" y que "conduce del mundo visible al invisible," enseñándonos a ver la profundidad de lo real. El Papa recuerda después la confesión de la fe, el Credo, en el que el creyente no sólo confiesa la fe, sino que se ve implicado en la verdad que confiesa; la oración, el Padre Nuestro, con el que el cristiano comienza a ver con los ojos de Cristo; el Decálogo, entendido no como "un conjunto de preceptos negativos", sino como "un conjunto de indicaciones concretas" para entrar en diálogo con Dios, "dejándose abrazar por su misericordia", "camino de la gratitud" hacia la plenitud de la comunión con Dios . Por último, el Papa subraya que la fe es una porque uno es "el Dios conocido y confesado", porque se dirige al único Señor, que nos da la "unidad de visión" y "es compartida por toda la Iglesia, que forma un solo cuerpo y un solo Espíritu". Dado, pues, que la fe es una sola, entonces tiene que ser confesada en toda su pureza e integridad, "la unidad de la fe es la unidad de la Iglesia"; quitar algo a la fe es quitar algo a la verdad de la comunión. Además, ya que la unidad de la fe es la de un organismo vivo, puede asimilar en sí todo lo que encuentra, demostrando ser universal, católica, capaz de iluminar y llevar a su mejor expresión todo el cosmos y toda la historia. Esta unidad está garantizada por la sucesión apostólica.
El capítulo cuarto (n. 50-60): Dios prepara una ciudad para ellos (Hb 11, 16) Este capítulo explica la relación entre la fe y el bien común, lo que conduce a la formación de un lugar donde el hombre puede vivir junto con los demás. La fe, que nace del amor de Dios, hace fuertes los lazos entre los hombres y se pone al servicio concreto de la justicia, el derecho y la paz. Es por esto que no nos aleja del mundo y no es ajena al compromiso concreto del hombre contemporáneo. Por el contrario, sin el amor fiable de Dios, la unidad entre todos los hombres estaría basada únicamente en la utilidad, el interés o el miedo. La fe, en cambio, capta el fundamento último de las relaciones humanas, su destino definitivo en Dios, y las pone al servicio del bien común. La fe "es un bien para todos, un bien común", no sirve únicamente para construir el más allá, sino que ayuda a edificar nuestras sociedades, para que avancen hacia el futuro con esperanza.
La encíclica se centra, después, en los ámbitos iluminados por la fe: en primer lugar, la familia fundada en el matrimonio, entendido como unión estable de un hombre y una mujer. Nace del reconocimiento y de la aceptación de la bondad de la diferenciación sexual y, fundada sobre el amor en Cristo, promete "un amor para siempre" y reconoce el amor creador que lleva a generar hijos. Después los jóvenes: aquí el Papa cita las Jornadas Mundiales de la Juventud, en las que los jóvenes muestran "la alegría de la fe" y el compromiso de vivirla de un modo firme y generoso. "Los jóvenes aspiran a una vida grande - escribe el Papa -. El encuentro con Cristo da una esperanza sólida que no defrauda. La fe no es un refugio para personas pusilánimes, sino que ensancha la vida". Y en todas las relaciones sociales: haciéndonos hijos de Dios, de hecho, la fe da un nuevo significado a la fraternidad universal entre los hombres, que no es mera igualdad, sino la experiencia de la paternidad de Dios, comprensión de la dignidad única de la persona singular. Otra área es la de la naturaleza: la fe nos ayuda a respetarla, a "buscar modelos de desarrollo que no se basen únicamente en la utilidad y el provecho, sino que consideren la creación como un don"; nos enseña a encontrar las formas justas de gobierno, en las que la autoridad viene de Dios y está al servicio del bien común; nos ofrece la posibilidad del perdón que lleva a superar los conflictos. "Cuando la fe se apaga, se corre el riesgo de que los fundamentos de la vida se debiliten con ella", escribe el Papa, y si hiciéramos desaparecer la fe en Dios de nuestras ciudades, se debilitaría la confianza entre nosotros y quedaríamos unidos sólo por el miedo. Por esta razón no debemos avergonzarnos de confesar públicamente a Dios, porque la fe ilumina la vida social. Otro ámbito iluminado por la fe es el del sufrimiento y la muerte: el cristiano sabe que el sufrimiento no puede ser eliminado, pero que le puede dar sentido, puede convertirlo en acto de amor, de entrega confiada en las manos de Dios, que no nos abandona, y ser así "etapa de crecimiento en la fe y el amor". Al hombre que sufre, Dios no le da un racionamiento que explique todo, sino que le responde con una presencia que acompaña, que abre un un resquicio de luz en la oscuridad. En este sentido, la fe está unida a la esperanza. Y aquí el Papa hace un llamamiento: "No nos dejemos robar la esperanza, no permitamos que la banalicen con soluciones y propuestas inmediatas que obstruyen el camino."
Conclusión (N º 58-60): Bienaventurada la que ha creído (Lc 1, 45) Al final de la LF, el Papa nos invita a mirar a María, "icono perfecto" de la fe, porque, como Madre de Jesús, ha concebido "fe y alegría." A Ella se alza la oración del Papa para que ayude la fe del hombre, nos recuerde que aquellos que creen nunca están solos, y que nos enseñe a mirar con los ojos de Jesús.

SINTESI DELL'ENCICLICA "LUMEN FIDEI"


SINTESI DELL'ENCICLICA "LUMEN FIDEI"
Città del Vaticano, 5 luglio 2013 (VIS). Di seguito riportiamo una ampia sintesi della "Lumen fidei", prima Enciclica di Papa Francesco, pubblicata oggi, 5 luglio 2013 e datata 29 giugno 2013.
Lumen fidei - La luce della fede (LF) è la prima Enciclica firmata da Papa Francesco. Suddivisa in quattro capitoli, più un’introduzione e una conclusione, la Lettera – spiega lo stesso Pontefice – si aggiunge alle Encicliche di Benedetto XVI sulla carità e sulla speranza e assume il “prezioso lavoro” compiuto dal Papa emerito, che aveva già “quasi completato” l’Enciclica sulla fede. A questa “prima stesura” ora il Santo Padre Francesco aggiunge “ulteriori contributi”.LEGGERE...

Pubblicata l'enciclica del Sommo Pontefice firmata nella solennità dei patroni di Roma Pietro e Paolo


Lumen fidei

E nei giardini vaticani Papa Francesco ha incontrato Benedetto XVI per la benedizione di una statua dell'arcangelo Michele

La fede non ci separa dalla realtà, anzi ci consente di coglierne il significato più profondo e di scoprire l'intensità dell'amore di Dio per questo mondo, che orienta incessantemente verso se stesso. È il messaggio centrale della lettera enciclica Lumen fidei, la prima di Papa Francesco, resa pubblica questa mattina, venerdì 5 luglio. Un messaggio che, come scrive il Pontefice stesso nelle prime pagine, riassume alcuni temi cari a Benedetto XVI. Si tratta infatti di argomenti che Papa Ratzinger aveva già affrontato nelle encicliche sulla carità e sulla speranza e che aveva approfondito ulteriormente nella prima stesura di quella che avrebbe dovuto essere la sua terza enciclica, quella sulla fede appunto. "Un lavoro prezioso" lo definisce Papa Francesco, per il quale esprime profonda gratitudine al suo predecessore, anche manifestando la volontà di fare suo quel lavoro, aggiungendovi ulteriori contributi. E, come ha notato l'arcivescovo Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, presentando questa mattina nella Sala Stampa della Santa Sede l'enciclica ai giornalisti, il primo elemento che risalta dalla lettura del testo è che, a parte le inevitabili "differenze di stile, di sensibilità e di accenti" è evidente "la sostanziale continuità del messaggio di Papa Francesco con il magistero di Benedetto XVI". E per una circostanza significativa, nel giorno in cui viene presentata l'enciclica che, in modo del tutto originale, segna proprio la continuità del magistero petrino, Papa Francesco e Benedetto XVI si ritrovano insieme per l'inaugurazione della statua dell'arcangelo san Michele, patrono dello Stato della Città del Vaticano, collocata nel piazzale del Governatorato.
Evidente l'intento dell'enciclica di rispondere innanzitutto a un'obiezione di tanti nostri contemporanei, ai quali la fede appare come una "luce illusoria" che impedisce "all'uomo di coltivare l'audacia del sapere". Poco a poco, però, si è visto che la sola luce della ragione "non riesce a illuminare abbastanza il futuro", che alla fine "resta nella sua oscurità e lascia l'uomo nella paura dell'ignoto". Per questo è necessario recuperare "il significato illuminate della fede".
La strada da percorrere indicata dall'enciclica è quella segnata dall'amore di Dio. "La fede - si legge infatti - è un dono gratuito di Dio che chiede l'umiltà e il coraggio di fidarsi e affidarsi, per vedere il luminoso cammino dell'incontro tra Dio e gli uomini, la storia della salvezza".


(©L'Osservatore Romano 6 luglio 2013)